Due delegati ANPI hanno tenuto a Cadoneghe e Vigonza l’intervento ufficiale in occasione del 25 aprile.
Ecco i testi integrali
CADONEGHE, Milena Crotti, 25 aprile
Credo che quest’anno siamo indotti a riflettere più del solito sul significato del 25 Aprile, la data che segna la nascita della nostra democrazia.Le libertà individuali e collettive, le regole di convivenza tra le nazioni le abbiamo date così per scontate e ovvie da non renderci conto che potessero essere a rischio. Perfino i Paesi più riottosi della UE sembrano essersi improvvisamente ricordati del Manifesto di Ventotene, per un’Europa libera e unita, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, quando i due intellettuali si trovavano al confino, condannati dal regime fascista.Forse vale la pena ricordarci sempre che niente è scontato e che c’è chi ha pagato caro per la nostra libertà.Quando, andando verso la Castagnara, giro per via Guido Franco, guardo sempre il ritratto di quel giovane, Guido Franco appunto, condannato a morte dal Tribunale speciale fascista, torturato e fucilato a 22 anni con altri due compagni di lotta il 15 Aprile del ’45 e mi chiedo se possiamo dire di aver pagato il debito che abbiamo contratto con coloro che hanno dato la vita per liberarci dall’occupazione nazista e dal regime fascista che per 20 anni aveva conculcato la libertà nel nostro Paese.Non è con la retorica sulla Resistenza che vogliamo capire se e quanto abbiamo pagato il debito perché come diceva un partigiano, Italo Calvino, “non è detto che fossimo santi, l’eroismo non è sovrumano”. Ma resta il fatto, per riprendere una dichiarazione sempre di Italo Calvino che “dietro al peggiore dei partigiani c’era una idea giusta e dietro al migliore dei fascisti una idea sbagliata”.E non solo non erano santi tutti i partigiani, ma non erano neppure uniti da un’unica prospettiva, da un’unica idea su come e con quali regole andasse ricostruito un Paese distrutto dalla guerra. Ma al di là delle differenze avrebbero potuto sottoscrivere tutti, comunisti, cattolici, azionisti, socialisti e liberali il verso della canzone: “libertà è l’idea che ci avvicina”.La ricerca del bene comune e la coscienza che un regime democratico si fonda sulla convivenza e sulla dialettica tra posizioni diverse quanto legittime hanno prodotto quella carta straordinaria che è la nostra Costituzione. La Costituzione è il dono impegnativo che ci hanno regalato le donne e gli uomini della Resistenza. È straordinaria perché progressiva, perché avverte, per esempio, tutti noi che per l’eguaglianza dei diritti e per la giustizia sociale c’è ancora molto da fare.Abbiamo meritato il dono? Abbiamo pagato il debito? Non del tutto, ma in parte sì. Abbiamo resistito a chi ha cercato di sovvertire il nostro sistema democratico, a oscure trame, ai terrorismi di opposte ideologie. L’Italia con gli occhi aperti che resiste c’è stata e c’è ancora.Certo che le madri e i padri costituenti che hanno scritto l’articolo 3, sull’uguaglianza, avrebbero avuto difficoltà a credere che oggi, 74 anni dopo il primo gennaio del 48, le donne a parità di funzione guadagnino meno degli uomini o che giovani nati in Italia, residenti in Italia, scolarizzati in Italia non abbiano diritto alla cittadinanza. (Secondo alcuni dovrebbero dimostrarsi competenti sulle ricorrenze e sulle feste patronali, se così non fosse molti residenti stranieri non avrebbero diritto alla cittadinanza e io, per esempio, la perderei di colpo).Se il compito che ci hanno trasmesso le madri e i padri costituenti non è compiuto ciò è dovuto almeno in parte a una mancata coscienza collettiva del significato profondo dell’atto fondativo che ci ha unito a suo tempo e che può unirci ancora.Qualche anno fa uno storico, Guido Crainz, si era chiesto perché il 25 Aprile non sia diventato per gli Italiani quello che è il 14 luglio per i Francesi o il 2 luglio per gli Americani . Non so rispondere alla domanda ma se ogni società ha bisogno di un momento storico e insieme simbolico per riconoscersi in una unità e in una identità collettiva il 25 Aprile è la festa di tutti gli italiani ed è insieme orgoglio e impegno di ciascuno e di tutti.
VIGONZA, Antonio Giacobbi, 25 aprile
Ringrazio l’amministrazione comunale di Vigonza per aver organizzato questa celebrazione e per aver invitato l’ANPI come ogni anno. Al sindaco poi un ringraziamento particolare perché è stato l’unico dei tre sindaci dei comuni in cui si articola la nostra sezione ANPI- Battaglione Sparviero ad intervenire al nostro congresso qualche mese fa.Il 25 aprile è una giornata di festa per tutti, così deve essere. Ma quella di quest’anno è oscurata dalla guerra, una guerra terribile, come tutte le guerre, che ci angoscia di più forse perché la sentiamo più vicina di altre che colpevolmente abbiamo ignorato. Ma anche perché, più di altre, avvertiamo non solo con il cuore ma con la ragione che il rischio di una guerra nucleare non è più così lontano.L’ANPI, lo voglio sottolineare con forza, ha condannato subito, il 24 febbraio, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, senza se e senza ma. Putin è responsabile di una politica imperiale, dei morti e della distruzione di un paese sovrano, oltre che del rischio di portare l’Europa e non solo l’Europa sulla soglia di una guerra non controllabile. L’Europa e l’Occidente sapevano che in quelle aree geografiche vi erano problemi che avevano già creato tensioni e anche combattimenti. Si sarebbero dovute cercare da tempo soluzioni attraverso il dialogo e la diplomazia, cosa che non è stata fatta. Non tocca a me dire altro né indicare cosa fare, ma permettetemi di dire che, pur nella convinzione che bisogna aiutare la resistenza degli ucraini, vivo con timore quella che Piero Ignazi sul “Domani” di qualche giorno fa chiamava “esaltazione bellicista” e annotava che “si usano parole a sproposito – genocidio – e si alza il livello dl del conflitto militare, mentre di de-escalation non vi è nemmeno l’ombra”.È con questo stato d’animo che oggi, come ogni anno, celebriamo l’anniversario della liberazione che, come ha detto il presidente Mattarella, deve essere un appello alla pace. Ed è importante che non si consideri questa celebrazione un evento rituale. Ad ogni anniversario è invece necessario ricercare e ribadire le ragioni che fanno di questa festa occasione di riflessione sulla nostra democrazia, che è stato il primo e immediato esito della Liberazione.Celebrare il 25 aprile è un dovere civile.E il dovere della memoria, innanzitutto.Un paese non può andare lontano e progredire se non sa conservare la sua memoria, se non porta con sé e custodisce con cura la sua storia. E la storia che ricordiamo oggi è quella che ha portato il nostro paese fuori dalla guerra e dalla dittatura. Perché quella scatenata da un regime che si è imposto fin dal suo inizio come una dittatura è stata una guerra di aggressione. C’è un rapporto quasi di causa effetto tra una dittatura e la guerra, perché un potere che si afferma senza democrazia è inevitabilmente portato a considerare solo sé stesso e la sua volontà di espansione e di dominio su altri popoli. È anche, se ci pensate, il potere di Putin: senza democrazia. Per questa ragione è inaccettabile che si riabiliti il fascismo considerando che, come sostengono alcuni, “finoalle leggi razziali e alla guerra ha fatto anche qualcosa di buono”.“I treni che arrivavano in orario – ha detto Liliana Segre – erano quelli che deportavano gli ebrei nei campi di concentramento”.La memoria che dobbiamo conservare, e la dobbiamo conservare sempre, e lo dobbiamo dire ai nostri ragazzi, è quella di un regime che ha privato il paese di libertà, che ci ha condotto ad una guerra drammatica alleandosi in modo servile e infame con la Germania nazista, che è stato sconfitto non solo dagli eserciti alleati ma anche grazie al contributo determinante, come hanno riconosciuto i comandanti militari alleati, delle decine di migliaia di uomini e donne, tante donne, che hanno combattuto in vari modi il fascismo, prima e durante la guerra, e anche con le armi dopo il settembre del ’43.Ma consentitemi di richiamare un’altra ragione che ci chiede di mantenere la memoria. Perché non possiamo negare che il fascismo ha avuto ampio consenso per molti anni, e lo ha avuto non solo perché aveva impedito ai partiti di opposizione, alle associazioni non gradite al regime, alla stampa, di essere liberi e di esercitare la loro funzione. C’è stata, lo dobbiamo ammettere, adesione popolare e, quando non c’è stata adesione, c’è stata indifferenza. Tanta indifferenza.Liliana Segre nel 1938 aveva 8 anni e frequentava la scuola. Da un giorno all’altro venne espulsa perché ebrea: così era stato disposto dalle leggi razziali volute dal fascismo e firmate dal Re. In un intervento all’Università di Padova (che vi suggerisco di ascoltare e di fare ascoltare ai vostri figli e nelle scuole, trovate il video se digitate Liliana Segre cosa significa una legge razziale) raccontava con tristezza l’indifferenza delle sue compagne, delle loro famiglie, dei vicini di casa, perfino di molti amici. Ricordava in altra occasione che suo padre assunse una insegnante che la seguisse a casa e, racconta, “Quando entrò in casa non mi abbracciò, e mi disse: non è colpa mia”. Ecco l’indifferenza. Non possiamo ignorare che esiste ed è diffusa anche tra la nostra gente, che pure è un popolo che pratica molte esperienze di volontariato.Poi c’è il dovere della riconoscenza. La dobbiamo a chi ha combattuto, anche con le armi, contro i fascisti e contro i nazisti che avevano occupato il nostro paese, prima e dopo l’8 settembre del ’43.Fu un contributo importante sul piano militare, come ricordano gli storici, anche di fonte tedesca. Lo stesso maresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Italia, nelle sue memoriescrive che l’azione partigiana si era sviluppata in forma «affatto inattesa», diventando «per il comando tedesco un pericolo reale, la cui eliminazione era un obiettivo di importanza capitale. All’inizio era possibile servirsi unicamente di reparti di fanteria, ma quando la lotta si andò inasprendo le migliori truppe dovettero venir impegnate nella lotta contro i partigiani», la cui forza lo stesso Kesselring stimava in circa 100. 000 uomini nell’estate del ’44, e 2-300 mila nel marzo-aprile del ’45.Ma c’è un terzo dovere, forse il più importante, a cui ci richiama i25 aprile.Dobbiamo alla Resistenza, alla guerra di liberazione, la nostra Costituzione. Lo ha detto con parole nette Piero Calamandrei, uno dei padri Costituenti, in un celebre discorso ai giovani nel 1955,parole che è bene ricordare a chi se ne è dimenticato: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostracostituzione”.Già allora Calamandrei richiamava un dovere. E lo faceva citando non a caso l’art 3 della Costituzione.Si compone di due commi.Il primo recita, e sono parole scolpite nella roccia: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinionipolitiche, di condizioni personali e sociali”.Netto. Forte. Preciso. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.Ma poi il secondo comma aggiunge: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo dellapersona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.Ed è sempre Calamandrei che commenta il secondo comma:“Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Quando dice: E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, riconosce chequesti ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisognamodificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani”. Parlava ai giovani nel 1955, oltre 60 anni fa.Cosa direbbe oggi? Certo riconoscerebbe che molti diritti sono stati riconosciuti, che diversi ostacoli sono stati rimossi, che una lunga strada è stata percorsa verso una maggiore dignità ed uguaglianza, ma dovrebbe con amarezza constatare che molta, troppa strada è ancora da fare.In un volumetto pubblicato tre anni fa che vi invito a leggere, “Lettera a un razzista del terzo millennio”, Don Ciotti riporta alcuni dati del rapporto Oxam del 2019 relativo alla situazione sociale del nostro paese alla metà del 2018: il 5 % della popolazione possiede una ricchezza pari a quella del 90% più povero. E ricorda che “venti milioni di italiani – uno su tre – sono analfabeti funzionali, cioè – secondo la definizione dell’Unesco – incapaci di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie potenzialità. “Sul piano dell’uguaglianza non ci siamo dunque. Quello che la Costituzione ci dice di fare, ancora non lo abbiamo fatto.Questo è il terzo, grande dovere al quale ci richiama la celebrazione del 25 aprile.La nostra – ricordava ancora Calamandrei – “ è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, lelibertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche, dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società”.Per questo è fondamentale celebrare il 25 aprile. Che non è una festa di parte, ma è, deve essere, una festa del popolo, di tutti i cittadini.Solo qualche anno fa un ministro della Repubblica fondata sulla Costituzione nata dalla lotta di liberazione riduceva il 25 aprile ad una sorta di derby tra fascisti e comunisti. Vergogna. Nel migliore dei casi non conosce la storia e non sa, o non comprende, che alla lotta di liberazione hanno partecipato donne e uomini di idee politiche diverse, dai cattolici, ai comunisti, ai socialisti, ai liberali, ai monarchici, agli azionisti.C’è chi sostiene che il nostro paese non ha fatto fino in fondo i conti con il fascismo. Non sono d’accordo: i conti li abbiamo fatti, sono costati sangue ai nostri partigiani, a uomini e donne, ma liabbiamo fatti e li abbiamo chiusi nel 1945.Ma è vero, purtroppo, che non siamo ancora riusciti a far sì che il valore della democrazia, della dignità per tutti, della tolleranza, della legalità, dell’antifascismo, siano patrimonio condiviso e consapevole. È un impegno che ci dobbiamo prendere e confermare anche in questa occasione e che ci convoca tutti, come cittadini, come istituzioni, come scuola, come amministrazioni comunali.Grazie dunque signor sindaco, grazie a Vigonza.Viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva la Costituzione.
